Caso Moro: una pista dal Paraguay
Documenti nuovi sul caso Moro: dal Paraguay informazioni sugli
spostamenti di uno dei presunti killer di via Fani
16 marzo 1978, via Fani, Roma. Un commando armato delle Brigate Rosse mette
in atto il sequestro di Aldo Moro, allora presidente della Dc. L'agguato è
spaventoso: 91 colpi sparati da sette armi.
Una in particolare, però, ne spara 49. Vanno tutti a segno e danno un
contributo fondamentale all'operazione. Chi ha sparato con tanta decisione e
tanta precisione? E' possibile che sulla scena del crimine fosse presente un
killer professionista, magari ingaggiato per fare il lavoro e andarsene? Sono
verosimili le ipotesi che negli ultimi trent'anni sono state fatte? Comparando
l'abilità di tiro
standard dei brigatisti, con quei 49 colpi andati a segno sembra possibile,
se non probabile, che un uomo della 'ndrangheta fosse presente in via Fani il
giorno dell'agguato.
Molto si è scritto sul caso Moro, ormai di quegli anni si crede di conoscere
tutto. Ma sono altrettanti i dubbi e le fasi oscure che riguardano i
cinquantacinque giorni che intercorsero dal rapimento all'uccisione dell'allora
presidente della Democrazia Cristiana. Molti anche i personaggi oscuri che si
crede abbiano ruotato intorno all'agguato di via Fani, a Roma. Uno di questi è
appunto Giustino De Vuono la cui foto segnaletica fu inserita nella lista dei
possibili partecipanti all'eccidio della scorta di Moro. Ma facciamo un passo
indietro
Asuncion, Paraguay, luglio 1981. Un'informativa diretta al capo del
dipartimento d'investigazione della polizia della capitale paraguayana narra le
vicende di un italiano trovato in Svizzera in possesso di documenti paraguayani
falsi. Il soggetto in questione è Giustino de Vuono, in Italia conosciuto con il
soprannome "lo scotennato" per via di una leggera calvizie. Come descritto
dettagliatamente nel rapporto, sarebbe un "presunto integrante" delle Brigate
Rosse oltre a essere indicato come uno degli assassini di Aldo Moro. C'è di più.
De Vuono, nato a Sigliano nel 1940, ex legionario, è considerato un appartenente
alla ‘ndrangheta. Da quanto si evince dal carteggio, stilato in data 4 luglio
1981, la presenza del De Vuono in Paraguay non è una novità: il documento
analizza i suoi spostamenti e le sue azioni dal 1977 al 1980. Viaggi e passaggi
da un paese all'altro del continente americano, sovente con documenti falsi.
Secondo la documentazione che è stata a lungo inseguita e poi ritrovata nel
febbraio scorso all'interno del Centro de Documentacion y Archivio del Palazzo
del Poder Judicial di Asuncion - dove è custodito il famigerato Archivio del
Terrore della dittatura filonazista di Alfredo Stroessner in cui sono descritte
minuziosamente tutte le vicende relative al Plan Condor - Giustino de Vuono
sarebbe entrato in Paraguay in automobile, nel giugno del '77, con un documento
d'identità falso a nome Antonio Chiodo. In quelle circostanze oltrepassò la
frontiera che separa Brasile e Paraguay in località Puerto Stroessner (oggi
Ciudad del Este, ndr), zona nota alle cronache odierne per via dei traffici
illeciti che la animano giorno e notte.
De Vuono non era solo a bordo dell'auto. Con lui, infatti, c'era Anecio
Daniel, accompagnatore con documenti brasiliani, proprietario del mezzo. Durante
il viaggio incontra sicuramente quella che diventerà la sua fidanzata, Antonia
Vallejos, e inizierà a gettare le basi per recuperare al più presto altri
documenti falsi. Sono passati solo sei mesi dalla sua troppo facile fuga dal
carcere di Mantova dove era detenuto.
Il 22 giugno dello stesso anno, i due uomini se ne vanno dal Paraguay. La
loro permanenza lì è breve. E questa volta l'italiano utilizza la sua vera
identità per lasciare il paese: Giustino De Vuono.
Nel 1977, dunque, la presenza di De Vuono fra Brasile e Paraguay è cosa
certa. Com'è certa una sua dimestichezza nello spostarsi in quelle zone, anche
accompagnato, e nell'utilizzare documenti falsi. Tutto questo, però, rivela che
il periodo in questione è antecedente ai fatti che si riferiscono al caso Moro e
alla sua eventuale presenza sulla scena del crimine. Ma c'è una grande
curiosità. Nell'agosto del 1978 Antonia Vallejos e Giustino de Vuono si
incontrano nuovamente nella capitale paraguayana Asuncion. Siamo a pochi mesi di
distanza dal sequestro e omicidio del presidente Dc. Nel frattempo in Italia De
Vuono è ricercato e nel dicembre dello stesso anno sarà emesso nei suoi
confronti un mandato di cattura. Inoltre, il 15 dicembre 1978, la questura di
Roma certifica che il soggetto in questione è "irreperibile". Infatti si trova
fra Brasile e Paraguay.
L'informativa in mano ai poliziotti della dittatura stroessneriana
puntualizza che nell'agosto 1979 Giustino de Vuono rientra in Paraguay. Lo fa
sempre dalla stessa frontiera ma questa volta è da solo. In questo periodo,
forse il viaggio in Paraguay serve a quello, Giustino de Vuono ottiene una
Cedula de Identidad e un Certificato di Buena Conducta, come cittadino
paraguayano e sotto il falso nome di Antonio Aguero. Questi documenti furono
elaborati e preparati da due militari: l'ufficiale del dipartimento anti
narcotici Luis Fernandez e il sergente Maggi. I due, forse inavvertitamente,
raccontano la vicenda a un loro collega che riferisce ai superiori e denuncia il
tutto. Da quel momento inizia un'indagine e la polizia di Stroessner cerca di
mettere agli arresti De Vuono. Non ci riuscirà perché dall'Italia non
giungeranno riscontri. Dal nostro paese, infatti, arriva la notizia che De Vuono
non ha problemi di tipo giudiziario e nemmeno "antecedentes policiales". Almeno
così racconta la vicenda un piccolo articolo apparso sul quotidiano paraguayano
Abc in data 21 luglio 1981. Per questo viene rilasciato immediatamente. Ottenuta
la documentazione necessaria, De Vuono se ne va un'altra volta dal Paraguay. In
ogni caso è evidente che nel piccolo paese sudamericano il De Vuono potesse fare
quasi ciò che voleva: una sorta di grande fratello lo guardava, controllava i
suoi spostamenti, verificava quali documenti e con quali persone viaggiasse,
senza fare nulla per fermarlo.
Durante giugno o forse luglio, anche il rapporto di polizia non è preciso,
del 1980 De Vuono torna nuovamente in Paraguay. In questo caso cerca di ottenere
altri documenti falsi, sempre corrompendo agenti di polizia, fra cui un
Pasaporte Policial. Cosa che puntualmente avviene. Le visite del poliziotto
corrotto a casa dell'italiano dai mille nomi sono un paio, come confermerà la
sorella del sergente Maggi, che materialmente prepara la documentazione
necessaria e la consegna nelle mani di quello che per lei è Antonio Chiodo. E
così il De Vuono riesce a ottenere un passaporto paraguayano N° 424 rilasciato
in data 15/01/1981, un Certificado de Buena conducta, rilasciato nella stessa
data e la Cedula de Identidad N° 1.141.974. Tutti a nome Dionisi Amacio Martinez.
Documenti falsi, trovati poi in suo possesso in Svizzera.
Il 15 luglio 1980 in Italia il Consigliere Istruttore Dr. Achille Gallucci
invia al procuratore generale una documentazione in cui chiede la revoca del
mandato di cattura per De Vuono e altri. Nel 1981 la vicenda di De Vuono sembra
terminare con un fermo di polizia in Svizzera che consentirà di scoprire i
documenti falsi dell'italiano.
"Certo non sarebbe una figura centrale del caso ma è un personaggio che non
ha avuto tutta l'attenzione che avrebbe meritato" dice Aldo Giannuli perito
della commissione stragi e professore all'università di Statale di Milano. "Non
c'è dubbio che se dovesse essere confermata la presenza di De Vuono in via Fani,
si sposta tutta la lettura del caso Moro. Perché ad esempio, Mario Moretti ci
dovrebbe spiegare com'è arrivato in contatto con il calabrese De Vuono. E forse
non solo lui. Anche Giulio Andreotti dovrebbe raccontare molte cose. In quel
periodo era parte in causa. In quel momento poi, una delle piazze in cui si
svolge la partita per liberare Aldo Moro è proprio la Calabria. C'è tutta una
serie di personaggi che si muovono intorno alla vicenda. Insomma, ripeto che se
davvero ci fosse stato un uomo della ‘ndrangheta in via Fani, bisognerebbe
rivedere tutto il discorso relativo al caso Moro. In questo caso c'è però la
novità che sappiamo che De Vuono è stato in Sudamerica e che ha ottenuto
documenti falsi fra il 1977 al 1981. Sarebbe utile sapere perché De Vuono fosse
in Paraguay e si spostasse avanti e indietro dal Brasile" conclude Giannuli.
Anche Sergio Flamigni, ex senatore del Partito comunista oggi in pensione
custode di un archivio immenso relativo a P2, caso Moro e servizi segreti è
d'accordo con Giannuli. "La figura di De Vuono è molto particolare. Sembra
svanire nell'aria. Nonostante il riconoscimento da parte di Valentino (aprile
1978) a un certo punto la sua figura scompare. Ci sono poche informazioni che lo
riguardano. Da sempre si è detto che potesse essere lui l'uomo della ‘ndrangheta
presente sulla scena della strage di via Fani. Addirittura quello che ha sparato
i quarantanove colpi a segno. Ma non si è andati troppo a fondo rispetto alla
sua posizione e al suo eventuale ruolo. Ci sono molti dubbi ancora oggi ma c'è
la sensazione che ci siano stati fattori ‘esterni' che abbiano contribuito a far
sparire qualcuno dall'occhio del ciclone di quei momenti. Forse i servizi
segreti", dice Flamigni che aggiunge "ormai è passato molto tempo. Questa è una
storia italiana di cui probabilmente mai nessuno conoscerà la verità".
Alessandro Grandi (PeaceReporter 13 maggio 2009)
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